“Ma quale criterio stabilisce se sia bel gioco o no?”. La riflessione di Castori: zero idee? No, identità precisa

Una delle tante eresie ascoltate in questi mesi riguarda il famoso “non gioco” della Salernitana. Per gli amanti dell’estetica  essere compatti, prendere pochi gol e avere un atteggiamento battagliero significa non avere idee e depotenziare la rosa, per chi invece capisce un minimo di calcio e riesce a studiare le partite in modo razionale ed obiettivo il discorso è completamente diverso. La domanda di fondo è: ma cosa vuol dire bel gioco? Quali sono i criteri per cui si stabilisce che una squadra giochi meglio di un’altra? Forse la Salernitana di Ventura, quella del tiki taka con Migliorini e Billong nella propria area di rigore, a tratti divertiva di più e metteva in campo maggiore qualità individuale, ma contestualmente prendeva un sacco di gol e soffriva nelle partite importanti come certificato dalle sconfitte decisive con Empoli e Spezia. Non corrisponde al vero dire che Castori sia rinunciatario e basi tutto sul “lancio lungo e poi si vede”. La tesi è anzitutto smentita dalle statistiche: la Salernitana ha una elevatissima percentuale di ripartenze, verticalizza meglio di tante altre, è quella che subisce il minor numero di tiri nello specchio della porta e che occupa meglio gli spazi in campo. Il famoso “spettacolo” si vede al cinema o al teatro: nello sport contano i risultati. E il mister ha avuto il merito, specialmente dopo quelle tre sconfitte di fila con 10 gol subiti e zero segnati, di intuire fosse necessaria una metamorfosi: linea a tre compatta, esterni di gamba a tutta fascia, centrocampisti di quantità, una punta che attacca la profondità e un’altra che gioca di sponda aprendo gli spazi e favorendo gli inserimenti della mezzala. E, nell’ultima mezz’ora, sfruttare il calo fisico degli avversari inserendo gradualmente i calciatori di “squilibrio”, quelli che hanno tecnica, rapidità, senso del gol e imprevedibilità, ma che non renderebbero allo stesso modo se schierati dal primo minuto. Come proprio le gare di Monza, Spal, Brescia ed Empoli insegnano. Per tanti questa Salernitana ha reso oltre le proprie effettive potenzialità proprio perchè ha costruito un gruppo solido, che si applica perfettamente in fase di non possesso, si muove a memoria, si aiuta a vicenda e sfianca l’avversario per poi colpirlo nel momento giusto. Se Tutino tornasse in finalizzatore di inizio stagione si rasenterebbe la perfezione. Perchè tutte le squadre che assumono questo atteggiamento riescono a portare a casa anche il classico 1-0 quando l’attaccante il gol sa anche crearselo da solo. Ricordando sempre che, con Lombardi, avremmo visto più spesso il 4-4-2 e che le altre non giocano poi questo calcio così spumeggiante (il Lecce, fino a marzo, subiva quasi due gol a partita, la Spal di Marino non faceva due passaggi di fila, il Venezia a volte dà spettacolo ma se non approccia bene è squadra che soffre con chiunque), riportiamo le parole di Castori subito dopo il match di lunedì sera: “Sarei curioso di capire quale sia il criterio per cui una squadra giochi bene e l’altra male. Chi lo stabilisce? Quali sono le caratteristiche di chi gioca bene? Non si può dire che questa Salernitana non abbia idee ed identità, a me non interessano i moduli ma i concetti. Quelli sono inderogabili, devono far parte del bagaglio di qualunque calciatore venga chiamato in causa. Non sei sempre primo, secondo o terzo se non hai una organizzazione”. Ed è questo il messaggio che deve passare: organizzazione, fase difensiva, preventive, non possesso, verticalizzazione e occupazione degli spazi non sono concetti astratti frutto di una mentalità rinunciataria, ma scelte precise in funzione delle caratteristiche dell’organico a disposizione. Certamente a volte si poteva osare di più, ma non esiste scienziato che dia la controprova che, con Cicerelli o Anderson a Lecce (tanto per fare un esempio), la Salernitana avrebbe vinto la partita.

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